Siamo esseri comunicanti in una evoluzione auto-formante

di Massimiliano Zane

Siamo esseri comunicanti in una evoluzione auto-formante

finestra_sul_mondoPerché una bolla di sapone è sferica? Perché questa forma è l’ottimizzazione dell’energia latente al suo interno in rapporto col mondo esternoM. Zane Prima di affrontare qualunque aspetto delle competenze socioprofessionali bisogna chiarire i ruoli formativi che assumiamo nel contesto sociale. La formazione è un argomento di difficile determinazione che si articola su diversi livelli di relazioni comunicative che si attuano soprattutto nel piano temporale. La durata della formazione non è individuabile nel solo ambito scolastico ma si espande al livello permanente e socialmente determinato, anche se nell’ambito contemporaneo la formazione si è troppe volte ridotta al solo aspetto professionale dimenticandosi che essa può anche determinare: L’azione con la quale una cosa si forma; L’azione di formare, organizzare, di istruire; La maniera in cui una cosa si è formata; Il risultato dell’azione con la quale una cosa si forma; Il risultato dell’azione del formare. Per comprendere ulteriormente cosa intendiamo per “formazione” dobbiamo fare dei distinguo terminologici molto precisi per i diversi campi d’azione che la storia le ha assegnato. P.Gougelin individuò quattro “poli semantici” riconducibili al concetto di formazione ma tra loro molto discosti nell’essenza del senso: Educare: educare deriva da nutrire, allevare animali ma anche da educere che significa “far uscire”, siamo su un piano terminologico riconducibile ad un ideale innalzamento di livello. Insegnare: insegnare deriva da segnare e determina così “il metodo”, siamo su campo dell’operatività istruttiva quindi si parla di educazione intenzionale esercitata da un’istituzione. Istruire: istruire deriva da instruere che significa disporre, inserire, equipaggiare, quindi ci rimanda ad una sorte di organizzazione degli strumenti mentali/intellettuali, un trasmettere informazioni utili e decisive per il soggetto da istruire. Formare: formare deriva da formare che significa dare l’essere e la forma a una “cosa” che non ce l’ha, formare evoca un’azione mirante ad un profondo cambiamento nella persona, una trasformazione decisa e totale, un’azione globale. Formare, dunque ci appare un qualcosa di implicante processi notevolmente strutturati, complessi e intrecciati tra loro in cui ci sono in gioco l’essere di chi è formato ma anche l’essere di chi forma in un continuo interscambio informativo/formativo, è un trasmettere conoscenze e riceverne, è la preoccupazione di sviluppare e autosvilupparsi che articolano assieme teoria e pratica, anche quotidiana. Abbiamo evidenziato vari ambiti del piano educativo/formativo e tutti sono riconducibili ad una “logica del cambiamento”, si può parlare di trasformazione della persona nei suoi molteplici aspetti, cognitivi, affettivi e soprattutto sociali secondo un’impronta riformativa del sapere. Formare non è insegnare ma indurre al cambiamento e un aspetto fondamentale della professionalità del formatore è la scelta del tipo di cambiamento da proporre in una specie di mediazione tra i diversi soggetti in formazione, “il sapere” trasmesso e le istituzioni contestualizzanti che determinano il processo formativo, che avviene più che “in generale” sul sistema sociale, sulla focalizzazione di un “evento”, nello specifico sul piano professionale. La formazione finalizzata al miglioramento dell’adattamento professionale si propone di “dotare” l’individuo di capacità definite in rapporto alle situazioni reali, secondo Charlot “…ogni insegnamento è ugualmente formazione alla pratica del sapere […] mentre il sapere interviene nella formazione come teoria e come cultura professionale…”. La logica formativa è assimilabile ad una logica dell’adattamento relazionale che attiva una serie di processi interni indistinguibili dal “corpo” sociale generale. Abbiamo parlato fin’ora di formazione e cambiamento di sé, ora affrontiamo un altro ambito molto importante degli aspetti formativi sociali: l’adattamento o cambiamento. Questi processi comportano, come affermò Marcel Lesne, una determinazione dell’universo sociale e del processo di socializzazione. Ogni formazione implica una funzione attributiva e curativa che si espande nel tempo in una sorta di educazione permanente degli individui, che ha il compito di preparare ai diversi ruoli sociali e cerca così di colmare il divario tra esigenze sociali e capacità individuali, mira a sviluppare nei soggetti in formazione l’adattamento al cambiamento indirizzando così l’evoluzione della società, ma va ricordato che la formazione in se non può cambiare ne l’uomo ne la società può solo indicare come farlo tramite la teoria che però non si può applicare direttamente ma solo tramite la possibilità metodologica pratica che rifiuta qualunque paradigma tecnologistico a beneficio dei paradigmi biologici di “realtà in evoluzione”. Lo studioso che analizzò l’essenza linguistico / comunicativa dell’uomo come rapporto duale in continua ristrutturazione fu senz’altro Gregory Bateson e nello specifico attraverso i suoi studi sul “double-blind”, ovvero il processo comunicativo nell’esperienza schizofrenica in cui linguaggio individuale, sistemi di cultura e di controllo convergono nella formazione dei nuovi soggetti. Uno dei punti nodali delle idee di Bateson era il concetto di “incontro”, egli diceva infatti che “…l’uomo è incontro, è parte di…” dunque ogni situazione con cui l’uomo si sarebbe rapportato avrebbe contribuito a modificarlo e a modificarsi a sua volta. Gli organismi viventi possono cambiare in modo straordinariamente adattativo nel corso della loro vita risultando così “solo” osservabili quali fenomeni naturali senza mai esigere alcunché di normativo visto che un essere umano in aperta relazione con un altro essere umano, come abbiamo visto e vedremo in seguito, ha ben poche possibilità di poter controllare ciò che succede o succederà nella relazione stessa. Siamo “…parte di…” e l’intero di cui facciamo parte è sempre in una metarelazione con noi facendo del mondo una complessa rete di entità relazionanti in una circolarità sempre aperta. La conoscenza del mondo non sarebbe ne un rispecchiamento del passivo dell’oggetto nel soggetto ne una costruzione solipsistica di quest’ultimo: sarebbe piuttosto una sorta di riflesso dell’oggetto filtrato dalle caratteristiche individuali e specifiche del soggetto in rapporto con le caratteristiche acquisite dal rapporto con la comunità. Queste conoscenze possono essere fondate su “mappe arcaiche”, che sono le nostre conoscenze “tacite” o biologiche (naturali), e su “mappe recenti” che sono conoscenze “esplicite” o logicoastratte (culturali). L’attività di ogni essere vivente, in particolare dell’uomo, è una sorta di computazione, un’elaborazione continua dei diversi piani di relazione cognitiva e questa relazione è il risultato della complessa, ma concreta, attività dell’intero organismo agente (mente + corpo + ambiente) . Kant osservava che “…è la nostra percezione che struttura la realtà, quindi ciò che percepiamo non può che rientrare nelle regole e nei limiti della nostra mente con tutti i suoi filtri e categorizzazioni…”. Nel “cervello” quindi si svolge un’intensa attività di elaborazione e rielaborazione attuata dal sé linguistico, non dipendente direttamente da noi, delle informazioni assimilate, quindi il rapporto che lega la “coscienza” e il “linguaggio” è fortissimo visto che solo ciò che assume forma linguistica si può situare nella coscienza vigile e interpretativa. Il sé, così, si narra e si ascolta narrare. Per Bateson l’agire umano è trovare il modo di relazionare le idee “…quali che esse siano…” con il contesto sociointerattivo, “…pensare è agire e viceversa…” e per Maturana & Varela “…i sistemi viventi sono sistemi cognitivi, e il vivere in quanto processo è un processo di cognizione…”, l’unità evolutiva formativa non risiede più nel soggetto ma nel soggetto nel mondo, nel suo ambiente. Bateson studiò sempre gli organismi come relazionanti tra loro tramite relazioni più ampie di origine culturale dicendo che “…ogni individuo umano, anzi ogni organismo, costruisce le sue conoscenze secondo abitudini personali, ma ogni sistema culturale favorisce o meno certe abitudini […] in modo inconscio…”, Bateson prefigura così una società ignara e inconsapevole, ma soprattutto “fedele” a sé stessa e ciò implica senz’altro il rischio di un’accesa autoreferenza epistemologica. Anche secondo Luhmann l’autoreferenza è implicita negli studi sulla comunicazione sociale infatti i “soggetti esperti” o “osservatori” sono sempre collocati nello stesso ambiente culturale che studiano diventando così: Osservatori di osservatori; Quindi osservatori a loro volta osservati; Che attuano un’osservazione di un aggregato sociale come pratica linguistica che ha come oggetto una pratica linguistica; Che si attua nel contesto che le dà senso; Che è determinato dallo scontro tra la molteplicità del sociale e l’individualità dell’osservatore; Che così dovrà fornire per ogni spiegazione sociale una spiegazione del linguaggio. Per Luhmann i sistemi sociali risultano formati e formanti non da uomini o azioni ma da comunicazioni e lo sviluppo della società si identifica in un certo senso con la differenziazione degli individui e dei loro ambiti di vita. Bateson fu portavoce dell’idea formativa del “educarsi attraverso la vita pensando alla vita” come apprendimento progressivo selezionato dai nostri limiti cognitivi, la nostra storia non sarebbe altro che la nostra stessa formazione svolta tra caso e realtà come una sfida adattativi con l’ambiente. La formazione così diviene incontro. La formazione dunque, abbiamo potuto osservare, non può mai dirsi completamente neutra nelle diverse scelte applicative e nelle diverse finalità che si prefigge, essa si appoggia a modelli morali e colturali socialmente inscritti, anche il processo tendente alla massima emancipazione si muoverà in confini riconosciuti per non risultare assolutamente alienato e inapplicabile. In definitiva i rapporti tra sviluppo personale e adattamento sociale esigono la mediazione del “sapere sociale in atto” nel processo di formazione soprattutto nella prospettiva professionale. La formazione così intesa invade prepotentemente il campo delle competenze sociali comunicative anche nel lavoro. Abbiamo visto come queste tecniche possono essere anche “insegnate” attraverso molteplici mezzi formativi, tra gli altri, possiamo annoverare quelli di indirizzo prettamente professionale come per esempio: i “colloqui” che sono il metodo valutativo più diretto per misurare i livelli di competenza e determinazione dei candidati a ricoprire un certo ruolo. Una volta superato questo primo livello entriamo più nello specifico della valutazione di un elemento già inserito in un contesto lavorativo ed allora si possono utilizzare altri metodi valutativi tra cui: le “misurazioni obiettive d’efficacia”, come le vendite, i livelli di produzione ecc…. Questi particolari indici hanno il vantaggio di essere indici diretti della riuscita o meno di un determinato lavoro quindi sono di facile comparazione e codifica. Altri tipi di “letture” sono le “valutazioni” operate da colleghi che rappresentano un metodo usato nelle tecniche di motivazione grazie alla valutazione di merito, a differenza degli altri indici questi sono più complessi e sono formati da numerose scale alcune di queste sono “i giochi di ruolo”, per la valutazione dell’attitudine o meno a ricoprire certi determinati ruoli nell’organigramma di una società, e “il gioco di ruolo videoregistrato” che, una volta realizzato, può essere sottoposto all’esame dello stesso candidato per valutarne la reazione. La maggior parte delle professioni implica un notevole contatto con gli altri, per alcune, insegnante, manager, venditore ecc…, questo aspetto è fondamentale, come è altrettanto fondamentale una flessibilità delle risposte comunicative a diversi individui in diversi contesti, ciò può essere un problema per chi risulta poco incline alle relazioni sociali quindi oggigiorno si può procedere ad “imparare” a gestire le proprie competenze sociali e a renderle più efficaci in ogni campo culturale, dal professionale all’affettivo. Il metodo classico si articola in questo modo: Spiegazione e presentazione dei modelli. Gioco dei ruoli con altri partecipanti videoregistrato. Commento del video da parte del formatore e dei partecipanti. Replica della seduta. Applicazione sul campo. A questo punto siamo in grado di comprendere come la “presentazione” personale espansa nel piano del sociale ci influenzi e ci indirizzi nei giudizi e nella considerazione di noi stessi, tenendo conto anche che i corsi sull’assertività si sono rivelati molto efficaci non solo sul piano professionale ma anche per quanto riguarda il normale svolgersi della quotidianità dei soggetti. Ma com’è possibile imparare a gestire situazioni che si diramano dall’ambito comunicativo verbale sociale a quello verbale interiorizzato espandendo così l’orizzonte personale a sistemi di così ampia portata? Le risposta, che forse può risultare un po’ semplicistica, è: attraverso “noi stessi”. Per spiegarmi meglio utilizzerò un comune detto popolare: “…sbagliando si impara…”, questo effettivamente è l’esempio più semplice di autoformazione, ed esempio massimo di autoformazione è senz’altro la scuola del romanticismo tedesco della “bildung” e del “romanzo-bildung” i cui precetti fondanti si rifanno ai concetti di esperienza e cambiamento. Questi aspetti verranno successivamente messi in evidenza dalla “fenomenologia esperienziale” che perseguirà lo “…sviluppo della coscienza attraverso le proprie esperienze…” e dal pensiero “pragmatista” della scuola americana di Dewey. La bildung rinvia all’immagine (bild), al modello (vorbild) e all’imitazione (nachbild) in una sintesi comunicativa interna a noi stessi portando la bildung ad essere lavoro sul sé, una cultura dei propri talenti per il proprio perfezionamento. Essa mira a fare dell’individualità una totalità armoniosa più ricca possibile ma sempre e comunque legata alla propria originalità. La bildung che risulta essere una modalità di apprendimento esperienziale, è la vita nel senso massimo. Già Kant in questo senso evocò il dovere di “…coltivare i propri talenti…” , von Humboldt parlò di “…prendere in mano il proprio destino e farsi da sé…” in una prospettiva riformativa in cui si tratta di arricchire un soggetto astratto. Anche Hegel riprese alcuni di questi concetti per la sua filosofia dell’educazione, ma osservando che “…l’individualità deve poter conciliarsi sempre con il resto dell’umanità…”, come d’altra parte fece anche Goethe “…il grande affare sarà quello di pensare le relazioni tra la bildung individuale e la necessaria integrazione con la comunità…”. Lukàcs in questo senso fece del “romanzo di formazione” lo strumento di “riconciliazione” del sé tribolato con la realtà concreta e sociale non determinata e armonica a prescindere ma sorretta da una comunanza forte dettata da un mutuo adattamento ed una reciproca assuefazione tra individui solidali. In conclusione possiamo dire che il sé dunque si muoverebbe nell’ambito sociale tramite processi comunicativi e principalmente emozionali con la massima prospettiva di elaborare da questi un qualcosa di formativo, anche tramite distacchi, frustrazioni e delusioni che portano ad una rideterminazione delle “cose” e a loro volta ad una rideterminazione di noi stessi. Il contenuto della bildung e dell’auto-formatività così è la vita stessa: il mondo del lavoro, del linguaggio e della cultura interelazionale.