Comunicazione e relazione

Comunicazione e relazione

rindsmallNonostante che la nostra conoscenza del mondo, del “nostro” mondo, sia, appunto, determinata principalmente da noi stessi e dalle nostre esperienze, cercherò di dimostrare che il termine “noi” è ben più ampio di quello che possiamo definire con una relazione comunicativa individuale o di dialogo che ci vede coinvolti come protagonisti principali. Dimostrerò che invece le “nostre esperienze” sono mediate e vincolate da ben altri fattori. Siamo di fronte ad un’umanità mutilata della propria individualità espressiva essendo parte di un universo di sociale che ci vede ignaramente coinvolti e legati in quella che si può definire una sorta di comunicazione istituzionalizzata o dialogo sociale istituzionalmente organizzato. Già Steinbruner, Allison e Douglas si interessarono, con profitto, al problema legato all’eventuale disposizione mentale pre-esistente l’atto cognitivo sociale e soprattutto se questa predisposizione influisca sulle interpretazione degli eventi arrivando a dire che grazie alll’influenza socioistituzionale, i nostri processi mentali, atti cognitivi e addirittura semplici pensieri risulteranno predeterminati in noi. Ma da chi o da cosa nascono questi indirizzi di influenzamento più o meno palesi? e con quale scopo? Lo scopo è fin troppo semplice: la guida sociale tramite il mantenimento dell’assetto sociale istituzionalizzato. Compreso questo siamo solo a meno di metà della comprensione del ben più ampio problema che ci coinvolge direttamente tutti: quello del come sia possibile che le istituzioni possano orientarci e guidarci nello svolgimento della nostra quotidianità, pur restando praticamente invisibili e discoste dalla società di cui e con cui sono strettamente legate. Gia Weber vedeva nella crescente burocratizzazione e nella formazione di sempre più organizzazioni gerarchizzate “…rintracciabili dovunque ma determinabili in nessun luogo…”, un pericolo per la democrazia. Ma come possiamo proteggerci, auto-orientarci e auto-guidarci? E particolarmente come possiamo essere responsabili per chi non è considerato come “…consapevole di sé…” tanto da potersi auto-gestire, come sono i bambini o gli anziani o particolari categorie di malati come i malati terminali o i malati mentali o i pazienti in stato di coma? Dobbiamo fidarci di chi si dice disposto a proteggerci usando i poteri che la politica e le istituzioni sono in grado di dare? A questo riguardo, vorrei citare le parole, sicuramente polemiche nei riguardi del potere dello stato e della statalizzazione incondizionata, vista come un freno, come un attacco alla libertà umana e ai diritti naturali, di Murray N. Rothbard, filosofo economista americano, che ne “L’etica della libertà” afferma: “…lo stato si affida al controllo delle leve della propaganda per convincere i suoi sudditi ad obbedirgli, obbedire ai suoi rappresentanti (dello stato non del popolo) ed addirittura esaltarli…” e continua qualche pagina più avanti “…la funzione dell’ideologo statalista è quella di intessere il falso, di indurre la popolazione ad accettare due pesi e due misure […] Il successo consolidato nel tempo degli ideologi dello stato è probabilmente la più colossale frode della storia dell’umanità…”. Decisamente un attacco polemico ad ogni ordine e apparato dello stato, ma Rothbard aggiunge che “…lo stato è un vasto apparato dedito alla criminalità e all’aggressione istituzionalizzata […] per ottenere la ricchezza…” . Parole molto forti dette da un padre fondatore del liberismo americano, parole che nella loro crudezza, nel nostro contesto, vanno interpretate come un grido di frustrazione di chi, divenuto consapevole del potere formativo, condizionante e autofondante delle istituzioni di cui accennavo prima, predica un totale sovverchiamento dell’ordine precostituito divenuto “abitudinario” e “giusto” aprioristicamente. Si sta parlando di un ritorno, estremo, al dominio dei soli diritti naturali creati alla nascita del genere umano. Altri filosofi videro la visone di Rothbard come decisamente catastrofica e come una “feticizzazione” dei diritti naturali e di proprietà.