La vera e libera alternativa al dire?

Lo scambio di informazioni, di significati e di emozioni sono sempre seguiti da espressioni corporee che ne rivelano il vero contesto e indirizzo comunicativo. Secondo Ekman negli esseri umani le espressioni facciali delle emozioni e l’equivalente interpretazione da parte di altri esseri umani, sono fenomeni innati inscritti nel genoma umano. Ma d’altra parte se le espressioni facciali corrispondono in modo univoco alle emozioni umane, e dunque possono dirsi di dominio della “specie umana”, quello che non possiamo affermare è che ci sia altrettanta concordanza sull’uso e sui contesti d’uso delle varie potenzialità espressive che variano da cultura a cultura. Detto questo il corpo umano comincia a giocare un ruolo fondamentale nell’elaborazione delle immagini sociali. Nell’interazione col mondo le regole derivate dalla buona convivenza sociale ci obbligano a mantenere uno stretto controllo della mimica facciale e in generale del comportamento gestuale e corporeo. Cominciamo a rilevare un primo, ma determinante, inserimento dell’ambito sociale anche nel nostro uso quotidiano delle più elementari forme di comunicazione. Quelle che a prima vista sembravano irrilevanti convenzioni dello scambio verbale si dimostrano, invece, condizioni fondamentali per il tessuto sociale. Le interazioni che hanno luogo nelle vita quotidiana dipendono dal sottile rapporto comunicativo che esprimiamo col linguaggio, col volto ma anche col corpo. Sfruttiamo i gesti corporei per chiarire, amplificare, enfatizzare ma soprattutto verificare o meno il senso di ciò che diciamo o che ci viene detto. La gestualità corporea, ma non solo, pone il corpo come indicatore sociale immediato di status sociale, come un quadro di riferimento per l’analisi degli altri, un indice per i processi valutativi delle altre persone. Il corpo, grazie alla comunicazione cinesica e ad una determinazione spaziale, diventa una dimensione essenziale nella comunicazione sociale. Molti sociologi, ma anche psicologi cercarono, tramite un approccio scientifico basato sul senso comune, una corrispondenza tra la determinazione esteriore fisica dei soggetti e il livello dello status sociale raggiunto. Queste teorie dei somatotipi o morfopsicologia, che sezionavano la società in mesomorfi, ectomorfi, endomorfi, raggiunsero qualche risultato nell’ambito di una certa corrispondenza caratteriale dei soggetti, ma nulla più visto che la comprensione dell’altro passa inevitabilmente non solo dalle soggettività in atto ma anche dal “filtro” delle norme e dei codici sociali, si tratta ora di sapere quali sono le immagini privilegiate nelle relazioni quotidiane e perché. Tornando all’uso comunicativo del corpo che facciamo, troviamo che esso è il risultato dell’immagine di sé che si vuole proiettare nel mondo diventando così uno tra i massimi mediatori sociali. L’interazione sociale corporea così è determinata dal bisogno di valutazione (confronto) e autovalutazione che cerchiamo per “sentirci a nostro agio” nella società che ci ospita. Siamo dipendenti dagli altri non solo al livello globale ma al più elementare livello di accettazione personale. Se è vero che la divisone del lavoro ci ha portati a dipendere economicamente e professionalmente gli uni dagli altri ora si apre un nuovo aspetto della dipendenza sociale, guardiamo gli altri e subito ci facciamo una certa impressione della loro personalità. Il confronto sociale viene messo in atto in mancanza di criteri validi per l’autovalutazione e porta a tre gradi di “dipendenza del giudizio”: “forte”, “debole”, “indipendente”, a qualunque dei tre diversi gradi noi possiamo appartenere comunque la determinazione di quello che siamo, o meglio , di quello che noi sappiamo su di noi risulta essere la determinazione del proprio essere attraverso gli altri, che così fungono da parametri di confronto valutativo. Si comincia a parlare di una specie di “effetto alone” che cambia come cambiano i criteri di valutazione a seconda che ci si voglia fare un’impressione o esprimere un giudizio su una determinata persona, l’appartenenza ad un gruppo sociale definito ci porta ad una valutazione positiva o meno, “…dimmi con chi vai e ti dirò chi sei…” . Quindi l’immagine che diamo di noi si può determinare nello sviluppo dei cosiddetti “gruppi di appartenenza” e questi si suddividono in “primari”, ai quali l’individuo è legato da un sentimento di comunanza, e i “secondari” che sono costituiti da similitudini pratiche a cui gli individui sono legati per una forma di partecipazione alla realizzazione degli scopi comuni dettati dalla società. Questo è il primo dato sociale che “leggiamo”, quello che meglio traspare di noi. Passato questo primo livello determinato dall’espressività, passiamo alla presentazione sociale e alle caratteristiche psicologiche e morali espresse che diventano i principali e veri indici di lettura socialmente contestualizzata Ma purtroppo “…alla trasparenza dell’apparire si oppone l’opacità dell’essere…” come diceva Hegel, e lo stesso autore continuava “…il dramma dell’uomo borghese sta nell’aver sostituito l’avere all’essere…”. nel ruolo dell’immagine nel rapporto con gli altri si ritrova la distinzione weberiana di orientamento razionale di valore e di affettività. In questo senso le situazioni sociali mal gestite possono creare momenti di rottura interelazionale, ciò può comportare “imbarazzo”. Ma l’imbarazzo fa parte di una componente importante dell’ “ansia sociale”, questo aspetto dell’intersoggettività comunicativa regola le nostre performance sociali aumentandone o diminuendone l’efficacia. Imparando a gestire anche questo aspetto dell’interazione sociale diminuiranno sensibilmente le possibilità di risultare impreparati ad affrontare situazioni sociali nuove. Ma com’è possibile imparare a gestire situazioni che si diramano dall’ambito comunicativo verbale sociale a quello verbale interiorizzato espandendo così l’orizzonte personale a sistemi di così ampia portata? Le risposta, che forse può risultare un po’ semplicistica, è: attraverso “noi stessi”. Si cominciano a rendere evidenti le complicazioni del comunicare socialmente, tutti i dati sociali che ci vengono dati dal mondo ci travolgono e per una sorta di “pigrizia” o “economia cognitiva” non vengono interpretati ma “schedati”, “immagazzinati” e “richiamati” alla mente qual’ora ce ne sia bisogno, affidandoci a loro senza mettere in atto alcun processo speculativo. La presentazione del sé così ottenuta è collegata alle competenze sociali e unisce l’autostima dei protagonisti con gli atteggiamenti da avere per ottenere gli scopi sociali desiderati. Le azioni comunicative sociali sono indirizzate al perseguimento di particolari obiettivi di realizzazione “personale” all’interno del sistema sociale condiviso, ciò si ottiene grazie ad un abile uso dell’immagine di sé (l’insieme delle idee che un individuo ha su sé stesso), della stima di sé (il livello positivo che un individuo riesce ad avere di sé) e della presentazione di sé (il comportamento volto ad influenzare il modo in cui siamo percepiti dagli altri). Detto questo possiamo dire a buona ragione che la presentazione di sé a livello non verbale è probabilmente uno degli ambiti comunicativi più importanti, in cui il corpo, il volto e il controllo che esercitiamo su di essi vengono usati per comunicare certi significati o per nasconderne altri. Va ricordato che anche i diversi “spazi socio-personali” giocano un ruolo molto importante nella comunicatività non verbale nell’ambito dell’inscrizione spaziale del corpo nell’organigramma sociale. E.T.Hall ha studiato le “distanza sociali” definendone tre di significative in una visualizzazione a cerchi concentrico che ci vede come fulcri centrali: la distanza intima che è riservata a pochissimi contatti sociali qual ora fosse invasa senza il nostro consenso creerebbe una situazione di forte disagio, la distanza personale che è quella maggiormente utilizzata in ambito comunicativo di interazione faccia a faccia, riservata ai contesti formali e informali di comunicazione ed infine la distanza pubblica riservata a situazioni che ci vedono agire di fronte ad un pubblico di spettatori. Le diverse distanze sociali comportano diverse situazioni sociali, alcune, abbiamo visto, si determinano in quella che Goffman definisce “interazione non focalizzata”, in cui gli individui mostrano la reciproca consapevolezza dell’altrui presenza ma senza focalizzare l’attenzione, ma queste sono spesso sostituite dagli “incontri” o “interazioni focalizzate” con altri individui in cui l’attenzione è espressamente rivolta ad uno o più soggetti agenti, in questi particolari tipi di interazione, che sono la maggioranza delle nostre interazioni sociali, mettiamo in atto tutti gli “indici” verbali e non verbali incontrati fin ora. Questi incontri, ma soprattutto, il controllo che agiamo sugli indici ci inseriscono in un “ruolo sociale”, un ruolo è l’insieme delle aspettative socialmente definite per determinare un particolare status o posizione sociale. E’ vero che in qualche occasione possiamo assumere anche dei ruoli “occasionali” o “temporanei” ma questi sono legati prettamente all’ambito professionale. I ruoli effettivi che tutti noi dobbiamo avere sono determinati e determinano la struttura organica della società e questi sono definiti grazie alle “competenze sociali” che risultano essere dei pattern di comportamento sociale che rendono gli individui socialmente competenti ovvero capaci di produrre degli effetti sociali o personali desiderati su altri individui, oppure, in ambito professionale, possono essere usate come metro valutativo per designare compiti materiali e tecnici. Queste competenze sociali (social skill) sono generalmente considerate come l’aspetto comportamentale delle competenze più in generale che non sono alla “portata di tutti” ma esigono una determinata capacità cognitiva dell’individuo, per esempio sono privi di competenze sociali i bambini e particolarmente quelli “rifiutati”, gli adolescenti troppo timidi e introversi, gli adulti soli e specialmente quelli con problemi familiari o professioni non appaganti, le persone anziane sole, senza contare i delinquenti, i criminali abituali e gli psicopatici, in generale tutti coloro che hanno gravi deficienze di carattere assertivo. La massima forma di competenza sociale è l’assertività, ovvero la capacità di influenzare o indirizzare gli altri, essa si compone di una predisposizione all’intercolloquietà è oppone efficacemente un atteggiamento deciso e talvolta anche aggressivo con un atteggiamento accondiscendente e passivo, unendo un certo numero di elementi non verbali come veicoli principali di autopresentazione e vari livelli di gratificazione. Le competenze sociali, come qualunque segmento comunicativo socioculturale, sono influenzate dall’ambiente culturale di origine come per esempio la famiglia che è determinante per la formazione dell’intelligenza sociale e questa risulterà correlata positivamente con l’estroversione, negativamente con l’introversione e nonostante l’importanza dimostrata della comunicazione non verbale negli scambi sociali, la comunicazione verbale resta al centro della relazionalità che necessariamente richiede una competenza verbale adeguata associata ad una buona capacità empatica, ovvero la capacità di condividere le emozioni provate dagli altri e comprendere il più possibile il punto di vista esterno a sé stessi, bisogna saper “mettersi nei panni degli altri”. In alcuni studi statistici si è potuto notare che la divisione sociale di “genere” si riflette anche sui dati dell’assertività: gli uomini risultano più assertivi e le donne decisamente più empatiche. Tornando alle potenzialità insite nel corretto uso delle proprie competenze sociali e quindi per una corretta comunicatività sociale, ritroviamo che saper valutare le proprie e le altrui competenze è determinante per decidere la necessità o meno di un intervento formativo e per l’organizzazione dello stesso processo che può variare a seconda del tipo di situazione in cui è richiesto l’intervento. In conclusione possiamo aggiungere che le comunicazioni dialogiche e corporee portano, se correttamente intrecciate, alla formazione di una soggettività completa. Tramite l’elaborazione di tutti questi differenti aspetti formativi, accomunati “solo” dalla possibilità dello scambio comunicativo, possiamo arrivare a determinare delle competenze sociali strutturate che risulteranno importanti per relazioni umane in generale, per quelle lavorative e anche per quelle affettive visto che è importante essere amati e accettati dagli altri facendo parte di una rete sociale complessa. Ciò apre un nuovo aspetto della comunicazione sociale, quello delle possibilità che questa avvenga in modo effettivamente “autonomo”. Quello che sappiamo, o meno, del mondo e sul mondo, degli altri e sugl’altri, è determinato oltre che dalle capacità relazionali gestite da noi stessi anche, e soprattutto, grazie a (o per colpa di) ciò che la comunità “dice di noi”. Quotidianamente possiamo vedere come la comunità sia abilissima nel creare diversissime tipologie di “reputazione sociale” per quanti sono i diversi soggetti inscritti nei ruoli sociali che determinano le relazioni che la compongono, questa “nomea” ci viene cucita addosso e a cui difficilmente riusciremo a sfuggirle sarà in alcuni e rari casi una fortuna e un’opportunità in altri casi la nostra rovina.