E’ possibile interpretare il mondo?

Come esseri viventi comunicanti siamo investiti da infiniti ruoli comunicativi che ci portano a dover interrogare qualunque gesto, atto volontario o movimento incondizionato come passabile di senso latente attraversato da potenti fattori non intenzionali che eccedono la singolarità dei protagonisti e degli atti stessi. La comunicazione che sto presentando non è l’esito di un singolo atto ma è l’articolazione di una relazione comunicativa precedentemente condizionata dal fatto di essere “…iscritta nel mondo…”. L’uomo come “parlante” è un essere con facoltà interpretative che a sua volta, essendo inscritto in un circuito relazionale complesso è a sua volta passabile di un’infinità di interpretazioni. Queste sono dettate, o meglio, indirizzate non dalla volontà dei singoli protagonisti ma nascono da una comunicazione più ampia che li (ci) avviluppa. Secondo l’ermeneutica esistenzialista il “parlare” è inscrivibile in una dimensione “pubblica” della comunicazione ed è il risultato dell’azione comunicativa interpretativa composta da presupposti linguistici e da pregiudizi linguistici. Se la vita degli uomini, così presentata, dipende dal linguaggio, quest’ultimo è vincolato da una polisemia dei significati che lo compongono. Questa polisemia però non va assolutamente confusa con un’indeterminatezza linguistica ma si può parlare comunque di opposizione all’univocità. La polisemia dunque è il motore del linguaggio, ciò che impedisce ai significati di determinarsi in modo cristallizzato tanto da “spegnere” la comunicazione, è ciò che ci fa diventare interpreti Il linguaggio così comincia a prendere forma come “un atto performativo” che produce effetti tangibili sul e nel mondo, non solo comunicativo, in una spirale interpretativa infinita che vede la comunicazione costituita da un numero in-finito di segni e interpretazioni che si rimandano gli uni agli altri continuamente. Il problema interpretativo che viene così alla luce, e che verrà molto discusso dalla linguistica e dagli studi sulla comunicazione, sta proprio nel modo corretto o meno di “capire” o “comprendere” la correttezza delle molteplici possibilità interpretative che dà un uso del linguaggio aperto. Per molto tempo l’assolutismo dell’ “io” derivato dai dualismi cartesiani diede i dettami logico-iterpretativi per le speculazioni anche di ordine comunicativo, ma con Peirce, filosofo linguista americano, e i suoi saggi sulla semiotica e semantica, in cui studiò la funzione comunicativa interpretativa del linguaggio si aprirono nuove letture dell’atto linguistico interpretativo. Peirce, nella seconda metà dell’ottocento affermò che, nell’ambito della decodifica linguistica tra significato e significante, “…non c’è pensiero senza segni […] noi siamo il risultato dei nostri pensieri […] noi siamo segni e in quanto tali interpretabili…”. Si aprì una nuova via per la comunicazione relazionale aprendo la strada verso la lettura interpretativa del mondo. Così i segni significativi per l’uomo cominciarono ad essere considerati tutti quelli importanti per la nostra vita di interpreti. Erano i segni vivificatori dal valore aperto verso il futuro, cioè che aprono la possibilità di infinite interpretazioni e esperienze interpretative anche grazie alla possibilità del moto significante mantenuto attivo dal fraseggio di contatto fatico tra i parlanti. L’emozione, la coscienza, il pensiero, la comunicazione allora divennero inevitabilmente delle cognizioni inferenziali. Ogni pensiero segue delle associazioni mentali e suggerisce qualcosa al pensiero successivo divenendo a sua volta evento temporalmente iscritto che rilancia il processo di continuo. L’emozione, così, provocando grandi reazioni nel corpo influenzerebbe fortemente il pensiero determinando picchi di attenzione emotiva ambientalmente strutturata, questa a sua volta condizionerebbe la memoria e di conseguenza le reazioni. Ciò porta a teorizzare che i nostri giudizi non sono determinati da altro che da associazioni di giudizi precedentemente determinati in noi da noi stessi e dall’ambiente circostante. Peirce individuò in questo senso una dicotomia di sentore cartesiano presente nelle relazioni umane, viste dall’autore americano, come divise tra un “mondo interno” dell’uomo, poco influente le relazioni comunicative e un “mondo esterno” invece fortemente condizionante la nostra relazionalità capace di potenti costrizioni. Si aprì, per la prima volta, la possibilità di rileggere la comunicazione non più come orpello del pensiero ma come realizzazione dell’intertestualità data dai molteplici contesti linguistici. La comunicazione stava diventando un evento complesso dal carattere contaminato e contaminante la situazione culturale in cui aveva atto “…il nostro stare al mondo è essere interpreti del mondo che è a sua volta una rete semiotica di rinvii e rimandi…”. In quanto esseri umani siamo concretamente presi da un “gioco” linguistico semiotico ed ermeneutica che ci abbraccia da sempre e per sempre. Noi non possiamo essere giudici assoluti della verità, neanche della “nostra verità”. Il linguaggio risultava essere la somma totale di se stesso in quanto agente in una comunità interpretante ma includeva anche il piano del contesto, quindi le relazioni cooperanti per la formazione della comunicazione. Peirce affermava che “…quale sia la realtà della cosa la decisione finale è data dalla comunità…” e continuava dicendo che “…il nostro stare al mondo è da interpreti…” in quanto “…l’universo è inter-connessione di senso, è un’opera d’arte armonica in cui i comunicanti sono legati da un continum di segni interpretati ed interpretanti che aprono futuro dando sempre di più possibilità di vitalità alla comunicazione…”. La comunicazione umana d’ora in avanti avrà delle aperture interpretative potenzialmente infinite. Detto questo risulta immediatamente chiaro che il valore di una frase può risultare molto significante anche se risulta non avere molto significato, soprattutto nei legami delle relazioni esistenziali, quindi, solo staccandosi dalle dicotomie aut-aut e dall’assolutismo che porta con sé si può apprezzare il carattere tenue ma importante della funzione di collegamento fatico. La comunicazione è resa possibile solo da un sistema linguistico di più ampia portata iscritto in una relazione comunicativa come apertura del mondo mediato linguisticamente. L’interprete o il parlante non è solo “nel” mondo ma è esso stesso “il” mondo dunque può contribuire a determinarne il significato. La comunicazione non si articola tra un mittente e un destinatario ma tra un destinatario e un altro destinatario di precedenti interpretazioni che dovranno a loro volta essere interpretati. Il “potere linguistico” che i parlanti hanno è quello di avere la possibilità di elaborare le relazioni esistenziali in cui sono, da sempre e per sempre, coinvolti. L’interpretazione risulta essere una performance elaborativa di noi stessi e del mondo in azione, è comprensione del mondo. Noi siamo “…interpreti che parlano ad altri interpreti…” inscritti nel mondo. Possiamo già vedere che la funzione sociale del linguaggio comincia ad evidenziarsi passando per i ruolo inter-comunicante dei parlanti, per l’esperienza dei parlanti e per la possibilità di un “conflitto delle interpretazioni” carico di potenzialità espressive. Come diceva Malinowsky la faticità della comunicazione è “…funzione sociale […] funge da collante sociale […] mantiene i legami della comunità…”. Dunque il contatto tra i parlanti è relazionalità esistenziale, un modo di stare al mondo mai atomistico, diviso, separato, isolato. Possiamo essere “solitari” ma non soli e il “comunicare” si stacca definitivamente dal “dire”. il parlare e un avvenimento temporale inscritto nel mondo tra due o più interpreti. Dunque il fenomeno comunicazione si stacca dalla sua fissità informativa per abbracciare il potere creativo delle relazioni esistenziali tra esseri umani. Il senso ultimo della comunicazione è la relazionalità che abbraccia mittente e destinatario precedendoli e trasformandoli in interpreti sempre attivi. Con la nascita dell’ermeneutica letteraria “autonoma” non più vincolata prettamente all’esegesi biblica, e grazie a filosofi del calibro dello stesso Wittgenstein e della sua “svolta-rivoluzione linguistica”, di Gadamer e Heidegger, la quotidianità linguistico/interpretativa poteva avere il ruolo che meritava. L’asse strutturale della comunicazione, che vedeva una sorta di “precedenza” dell’ambito ontologico delle relazioni comunicative nel periodo pre-moderno, passò all’ambito semantico nel periodo moderno per concludere il suo percorso con la “precedenza” della lettura pragmatica contestuale delle relazioni comunicative. La pragmatica divenne la disciplina che studiava il linguaggio nella sua dimensione circostanziale situazionale determinata dal contesto d’uso extralinguistico. D’ora in poi la comunicazione diverrà vicinanza affettiva, sarà legame che vivifica esistenzialmente. Si determina la una nuova visione del rapporto interpretativo dello stare al mondo dell’uomo riconoscendo l’originaria umanità della lingua come originaria linguisticità dell’uomo completamente indirizzata a elaborare un comune fenomeno visivo/interpretativo del mondo. Ogni pensiero è parola e ogni parola rinvia al pensiero, in un quadro che non ci vede mai come coscienze di fronte al mondo ma come presi dal mondo. Secondo Gadamer noi siamo “imbevuti” di parole tant’è che “impariamo” il mondo mentre impariamo a parlare, “…Il mondo ci viene incontro…”, e noi, non disponendo liberamente delle nostre idee, dipendiamo dalla tradizione linguistica, dalle diverse interpretazioni che la storia ci ha tramandato e dalla polisemia che queste hanno determinato. La lingua ci anticipa, com’è condizionata così è esperita: in modo incontrollabile dall’uomo, e grazie a questa possiamo comunicare in modo “autentico”. Per Gadamer “…Il vero essere della lingua è l’esser detto…” ma a questo punto il nostro autore specifica questo “esser detto” determinandolo con il “vero dialogo” che non deve essere mai confuso con l’informazione. Ma la comunicazione dialogica autentica tra due parlanti si può ottenere solamente quando i due protagonisti dividono la causa e lo scopo dell’azione comunicante, ciò avviene solo quando nel dialogo ci “dimentichiamo” del dialogo stesso facendoci “…trascinare dalla causa finale…”, se il dialogo non avviene così quello che stiamo facendo è solo informazione di sé all’altro e viceversa. L’io è libero di interpretare ed essere interpretato in un contesto linguistico sempre aperto a nuovi rinvii ed inserito in un colloquio più ampio visto come “gioco”. Il gioco in questione è un gioco linguistico fine a se stesso che dunque si può fare seriamente o meno che ha regole duttili revisionabili in corso d’opera, la comunicazione quindi risulta sempre infinitamente duttile e aperta ma preliminarmente preparata dal colloquio generale della comunità con atti linguistici storicamente concreti (tradizione). Ma la tradizione col tempo subisce un processo di solidificazione nelle menti degli agenti sempre maggiore trasformando questi atti storici in nuove entità a-prioristicamente accettate denominate pregiudizi. Queste, in definitiva, sono le unità che ci fanno effettivamente parlare, sono queste che ci fanno da linee orientative temporanee. Alla luce di tutto questo, il compito umano universale è dunque di proferire parole vive, nuove, interpretabili in modo libero, elaborate “plasticamente”. Parlare quindi non risulta più un esperienza dell’io ma si amplia e diventa un esperienza del noi in un’apertura linguistica verbale vista come realtà “spirituale” che unisce l’io col tu. In questo senso il parlare esce completamente dalla sfera dell’io ed entra prepotentemente in quella del noi. La vera realtà della lingua è quella di risiedere nel colloquio, nello scambio continuo e corrente tra l’io e il tu, così il dialogo con l’altro, con le sue obiezioni e approvazioni, con la comprensione o incomprensione, rappresenta un allargamento della nostra singolarità che così risulta sempre messa alla prova. Laddove il colloquio sia andato a buon fine non sempre risiede l’accordo anzi più spesso c’è il disaccordo ma non importa, l’importante è che ci sia rimasto qualcosa in noi che ci ha arricchito se non cambiato. Il colloquio interelazionale è la forma massima di pedagogia. Alla luce di quanto detto possiamo affermare che l’intertestualità comunicativa è determinata da diversi ambiti d’azione dandoci così una svalutazione anche delle potenzialità latenti dell’intenzione dei parlanti: noi comunichiamo qualcosa solo quando vogliamo dire qualcosa ad altri? No! Quando comunichiamo prescindiamo dalle nostre intenzioni perché siamo trascinati dalle interpretazioni precedentemente dettate da altri interpreti, qualsiasi intenzione è esposta alla semiosi illimitata dettata dalla relazione comunicativa, in una rilettura del codice linguistico come un’esplosione di senso. In conclusione possiamo vedere come il linguaggio abbia subito una rivalutazione col corso del tempo fino a giungere ad un ruolo determinante per quanto riguarda l’ambito della relazionalità sociale, il linguaggio oggi rimanda al colloquio e il colloquio così inteso, oltre essere un’unità preliminare della comunicazione, rimanda ai singoli atti comunicativi che rinviano a loro volta al linguaggio stesso in una sorta di nuovo circolo ermeneutico che risulta essere il dato fondante l’unione sociale delle comunità.